Chiamerò questo tumblr: “le cose che mi danno fastidio”.

Non mangio formaggio. Non ho mai mangiato formaggio eccetto mozzarella mescolata con altro. Non mi piacciono i formaggi, solo l’idea dell’emmenthal che si sfalda tra i denti mi fa venire i conati, quando sento l’odore del grana mi viene una nausea incredibile e più ci penso, più mi viene la nausea. Mi fa vomitare pensare allo stracchino che si insinua nelle fessure dei denti, sotto alla lingua. Brividi di schifo. Proprio non mi piace.

Perciò è inutile che mi diciate: “non sai cosa ti perdi”. Non mi piace! Non mi perdo nulla! Non ha senso.

Chiamerò questo tumblr: “le cose che mi danno fastidio”.

"i tuoi problemi, mi ci vorrebbero". Hai ragione. Io non ho problemi. I miei problemi sono costruzioni mentali di una mente viziata. Non ho veri problemi. Sono fortunata, sono molto fortunata: ma, per continuare il discorso nell’ambito in cui ti sei espresso in quel modo, ti dico che io in questa situazione, mi ci sono traghettata da sola.

Faccio un lavoro che mi piace tanto e che non mi dà (e, in generale, non darebbe a nessuno) particolari grattacapi. Non salvo vite, non gioco con il futuro delle persone e con i loro soldi: ho le mie responsabilità, è un lavoro stressante, ma a me piace e mi pesa molto poco. L’ho scelto. Ho fatto 5 anni di università per fare questo lavoro. Ho fatto per sei anni un lavoro che non era questo, che mi piaceva solo in parte, per guadagnarmi l’esperienza necessaria e le conoscenze aggiuntive che non avevo e, ammetto di aver avuto anche un po’ di culo a trovarlo, ma me lo sono scelto tutto. Probabilmente il mio lavoro a te darebbe problemi, perché non piace a tutti. Oppure, potenzialmente, piacerebbe a molti, ma nella pratica e nell’operatività, farebbe schifo al 95% di questi.  Ma è il mio lavoro, mi piace, torno a casa soddisfatta. A volte torno a casa incazzata, ma in generale penso che ne valga la pena. A volte penso che il mio stipendio sia basso, ma in Italia va bene così. A volte penso che the fabulous fashion industry sia un po’ vuoto e mi sento una merda rispetto alle mie amiche veterinarie/ricercatrici/falegnami e lo pensate di sicuro anche voi, ma c’è una profondità che nemmeno immaginate, in certi aspetti.

Quindi sì, sono molto molto fortunata, ma al 90% ci ho lavorato sopra io.

Il succo è che se non ti va bene, muovi il culo.

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"Tra me e il mondo c’è una sorta di dolore invisibile. Fatico a capire il senso di quello che mi dicono gli altri. O forse, fatico a trovare la voglia di capire. È così poco interessante. Però voglio dei momenti in cui la casa è vuota. Ma vorrei che parlassero fra loro e non me."

Clive Staples Lewis

  • Direttore Tecnico: Arianna!? Ma che scarpe hai?
  • Arianna: Hai visto, non sembrano le scarpe di Sampei?
  • Direttore Tecnico: e come cammini?
  • Arianna: sono comodissime!
  • Direttore Tecnico: te credo! Ma dove vai però...

Tags: work

La prima macchina che ho usato era una vecchia Punto grigia metallizzata, dei miei. Senza aria condizionata e senza servosterzo. Ho preso la patente tipo il 3 luglio e per parcheggiare (circa cento manovre a parcheggio) i primi mesi sudavo come una pazza.


La prima macchina davvero mia è stata la Lancia y, sempre grigia metallizzata. Era proprio una macchinetta carina: mi ha portato ovunque e io le parlavo, l’avevo chiamata Anita. Aveva gli interni blu e sul finestrino anteriore ci avevo scritto “The stars will lead us home” perché così, quando l’ho comprata facevo sempre orari improponibili e tornavo sempre a casa tardissimo, da sola.
Un giorno mi ha tradito, le si sono rotti i freni quando dovevo frenare e per poco non sono morta (ok forse non sarei morta, ma mi sarei rotta parecchie cose, in primis la testa). Ero da sola. Ho avuto paura. L’ho perdonata, l’ho fatta mettere a posto e mi ha portato in giro per un altro paio di anni. Ci ha fermato la polizia un sacco di volte, sempre da sole, sempre di notte. Ho dovuto sostituirla con una a gpl, visto che faccio 100 km al giorno. Mi è dispiaciuto.

Vi avevo mai raccontato di quella volta che a casa di una Nota Personalità del mondo della cultura veneziana, dopo una performance artistica, sono stata, con altre, invitata a lavarmi la vernice da tutto il corpo nel suo bagno, dove io non ho visto la comoda doccia, ma ho visualizzato solo la vasca da bagno anni 40 con i piedini di leone e mi ci sono scomodissimamente lavata dentro, per scoprire solo mentre mi asciugavo i capelli, che c’era una doccia ipertecnologica situata alla fine della parete?

jedavu:

Conrad Jon Godly’s Abstract Mountains Drip from the Canvas

MASTERPIECE. EYEPORN.

(via unoetrino)

And if I’m constantly keeping you wild, upgrading your taste, making you willing to try new places food colours accomodations travels music experiences points of view hair styles people challenges you constantly keep me safe, pulling me away each time I get too close to the ravine, drawing me back when I go too far, you’re toujours my safe harbour, from which I watch the storms pass by, harmless.

Corro.

Corro poco, arranco, mi manca il fiato, mi fanno male le orecchie mi fa male il fianco come quando correvo ad educazione fisica alle medie.
Corro lo stesso.
Corro con mio padre che mi ride dietro perché lui ha il doppio dei miei anni e corre più veloce più a lungo e senza soffrire e lui mi doppia e mi dice: Arianna ma se non sudi nemmeno?
Corro con mio moroso che mi stacca, va più veloce, più a lungo, ma poi torna indietro a riprendermi o mi aspetta zompettando e quando vede che rallento un po’ alla fine dell’allenamento mi urla così tanto che lo sento sopra i Metallica nell’iPod. Non so se vorrei mai essere allieva dei suoi corsi quando si arrabbia.
Corro da sola, sputo i polmoni, salto come un gatto sbilenco all’assolo di batteria (#ipreferthedrummer), mi meraviglio di questa città dove sono andata ad abitare ed è così bella anche in periferia, che trovo sempre delle case dove vorrei trasferirmi, corro e mi si infila l’aria fredda in gola, corro e attraverso la strada di sbiego e correndo, corro e arrivo in posti mai visti, corro e da un certo momento in poi niente pause fino a casa e ogni tanto ho pure paura di grattugiarmi la faccia sull’asfalto da quanto sono stanca e perché “un minuto un più” non coincide mai con quanta strada mi manca per arrivare a casa e io di certo non sono una che perde le sfide con un programmino della Nike.

La foto più vecchia che ho della mia famiglia è quella in cui c’è mia nonna minuscola all’asilo: contestualizzandola nel suo spazio geografico culturale, la profonda campagna tra Rovigo/Padova e Chioggia, la maestra dell’asilo e queste bambine tutte vestite uguali ti urlano in faccia tutti gli anni 30. L’abito lungo, chiaro, austero, i capelli legati alla bell’e meglio con la riga in mezzo e appiccicati alla testa. L’incredible ordine di 40 bambine che fanno ginnastica all’aperto, un evidentissimo preludio balilla. Un sorriso che è diversissimo da quello delle foto dell’asilo di mio papà o mie. Che cos’avevano i bambini antichi, che non ridevano come noi?
Noi siamo sempre stati più disordinati, più sguaiati, più liberi. Di una libertà del cazzo, a ben vedere.
Proprio una libertà del cazzo, poter essere sguaiato.