"Tra me e il mondo c’è una sorta di dolore invisibile. Fatico a capire il senso di quello che mi dicono gli altri. O forse, fatico a trovare la voglia di capire. È così poco interessante. Però voglio dei momenti in cui la casa è vuota. Ma vorrei che parlassero fra loro e non me."

Clive Staples Lewis

  • Direttore Tecnico: Arianna!? Ma che scarpe hai?
  • Arianna: Hai visto, non sembrano le scarpe di Sampei?
  • Direttore Tecnico: e come cammini?
  • Arianna: sono comodissime!
  • Direttore Tecnico: te credo! Ma dove vai però...

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La prima macchina che ho usato era una vecchia Punto grigia metallizzata, dei miei. Senza aria condizionata e senza servosterzo. Ho preso la patente tipo il 3 luglio e per parcheggiare (circa cento manovre a parcheggio) i primi mesi sudavo come una pazza.


La prima macchina davvero mia è stata la Lancia y, sempre grigia metallizzata. Era proprio una macchinetta carina: mi ha portato ovunque e io le parlavo, l’avevo chiamata Anita. Aveva gli interni blu e sul finestrino anteriore ci avevo scritto “The stars will lead us home” perché così, quando l’ho comprata facevo sempre orari improponibili e tornavo sempre a casa tardissimo, da sola.
Un giorno mi ha tradito, le si sono rotti i freni quando dovevo frenare e per poco non sono morta (ok forse non sarei morta, ma mi sarei rotta parecchie cose, in primis la testa). Ero da sola. Ho avuto paura. L’ho perdonata, l’ho fatta mettere a posto e mi ha portato in giro per un altro paio di anni. Ci ha fermato la polizia un sacco di volte, sempre da sole, sempre di notte. Ho dovuto sostituirla con una a gpl, visto che faccio 100 km al giorno. Mi è dispiaciuto.

Vi avevo mai raccontato di quella volta che a casa di una Nota Personalità del mondo della cultura veneziana, dopo una performance artistica, sono stata, con altre, invitata a lavarmi la vernice da tutto il corpo nel suo bagno, dove io non ho visto la comoda doccia, ma ho visualizzato solo la vasca da bagno anni 40 con i piedini di leone e mi ci sono scomodissimamente lavata dentro, per scoprire solo mentre mi asciugavo i capelli, che c’era una doccia ipertecnologica situata alla fine della parete?

jedavu:

Conrad Jon Godly’s Abstract Mountains Drip from the Canvas

MASTERPIECE. EYEPORN.

(via unoetrino)

And if I’m constantly keeping you wild, upgrading your taste, making you willing to try new places food colours accomodations travels music experiences points of view hair styles people challenges you constantly keep me safe, pulling me away each time I get too close to the ravine, drawing me back when I go too far, you’re toujours my safe harbour, from which I watch the storms pass by, harmless.

Corro.

Corro poco, arranco, mi manca il fiato, mi fanno male le orecchie mi fa male il fianco come quando correvo ad educazione fisica alle medie.
Corro lo stesso.
Corro con mio padre che mi ride dietro perché lui ha il doppio dei miei anni e corre più veloce più a lungo e senza soffrire e lui mi doppia e mi dice: Arianna ma se non sudi nemmeno?
Corro con mio moroso che mi stacca, va più veloce, più a lungo, ma poi torna indietro a riprendermi o mi aspetta zompettando e quando vede che rallento un po’ alla fine dell’allenamento mi urla così tanto che lo sento sopra i Metallica nell’iPod. Non so se vorrei mai essere allieva dei suoi corsi quando si arrabbia.
Corro da sola, sputo i polmoni, salto come un gatto sbilenco all’assolo di batteria (#ipreferthedrummer), mi meraviglio di questa città dove sono andata ad abitare ed è così bella anche in periferia, che trovo sempre delle case dove vorrei trasferirmi, corro e mi si infila l’aria fredda in gola, corro e attraverso la strada di sbiego e correndo, corro e arrivo in posti mai visti, corro e da un certo momento in poi niente pause fino a casa e ogni tanto ho pure paura di grattugiarmi la faccia sull’asfalto da quanto sono stanca e perché “un minuto un più” non coincide mai con quanta strada mi manca per arrivare a casa e io di certo non sono una che perde le sfide con un programmino della Nike.

La foto più vecchia che ho della mia famiglia è quella in cui c’è mia nonna minuscola all’asilo: contestualizzandola nel suo spazio geografico culturale, la profonda campagna tra Rovigo/Padova e Chioggia, la maestra dell’asilo e queste bambine tutte vestite uguali ti urlano in faccia tutti gli anni 30. L’abito lungo, chiaro, austero, i capelli legati alla bell’e meglio con la riga in mezzo e appiccicati alla testa. L’incredible ordine di 40 bambine che fanno ginnastica all’aperto, un evidentissimo preludio balilla. Un sorriso che è diversissimo da quello delle foto dell’asilo di mio papà o mie. Che cos’avevano i bambini antichi, che non ridevano come noi?
Noi siamo sempre stati più disordinati, più sguaiati, più liberi. Di una libertà del cazzo, a ben vedere.
Proprio una libertà del cazzo, poter essere sguaiato.

Vorrei avere davanti tipo le mie bisnonne e le mie trisnonne alla mia età perché vorrei capire cosa pensano, cosa pensano di aver messo dentro di me, se anche loro erano un po’ come me, che io ormai so solo che ho preso i mignoli dei piedi storti da una di loro e una lieve apertura al sovrannaturale da un’altra e ci terrei a non averne di più grazie e questo colore di occhi da dove salta fuori, nonne, dai.

E poi vorrei capire come facevano una volta ad amare incondizionatamente qualcuno solo perché sono loro parenti e vorrei vederle le mie bisnonne di 110 anni e le mie trisnonne di 140 e vorrei loro bene a prescindere anche io, nonostante le dita dei piedi storte e la percezione degli spiriti.

Questa è la settimana del “remember your ancestors”.

Le cose che non hai fatto.



I baci che non hai dato.
Le persone che non hai stretto più a lungo.
Le belle parole che non sono uscite dalla tua bocca - maledettissima timidezza sociofobia.
Le scarpe che non hai comprato.
Le serate che ti sei negata perché dovevi svegliarti presto.
L’ultimo che non hai bevuto perché ti girava già la testa.
Il dolce che non hai ordinato perché c’è sempre stato da sembrare più magra.
I tacchi che non hai osato per paura di sembrare “troppo”.
Il passaggio che non hai chiesto perché non sapevi come gestire il tipo che ti avrebbe baciato sotto casa o il fatto che potesse non baciarti sotto casa.
Le domande che non hai fatto per paura di un rifiuto.
I soldi che non hai speso per fare uno due dieci regalini scemi.
Le telefonate a cui non hai risposto, le telefonate che non hai fatto.
Il messaggio di dieci righe cancellato prima di premere su “invio”.
Il concerto a cui hai detto di no perché non conoscevi tanto il gruppo che suonava.
Le canzoni che hai dovuto escludere dall’ipod perché eri già a 8 giga.
La foto buffa che non hai messo su facebook perché sembravi grassa e unta.
Le volte che non volevi prendere la macchina perché avevi già guidato abbastanza.
Le sere che non sei uscita perché pioveva troppo.